05 luglio, 2005

Il grande inferno della città


Le finestre schiantarono il grande inferno della città
in piccoli inferni poppanti con le luci.
Diavoli rossicci, le automobili s'impennavano,
facendo esplodere le trombe proprio sotto l'orecchio,

Intanto, sotto l'insegna delle aringhe di Kerk,
un vecchietto smarrito si palpava cercando gli occhiali,
e pianse quando, nel tifone della sera calante,
un tram sbatté le pupille di rincorsa.

Nei buchi dei grattacieli, dove il minerale ardeva
e il ferro dei treni sbarrava l'accesso,
gettò un grido un aereo e cadde
dove al sole ferito lacrimava l'occhio.

Fu allora che, spiegazzate le coltri dei lampioni,
la notte oscena e ubriaca si snervò d'amore,
mentre arrancava dietro i soli delle strade,
inutile a tutti, la flaccida luna.


Credo che questa sia la mia poesia preferita di Majakovskij.
Leggetela e rileggetela. Io mi sono fatto un'idea del narrato, ma vorrei avere un riscontro, per capire se funziona solo nella mia testa oppure se veramente esiste un messaggio "oggettivo" decifrabile. Insomma ragazzi non ditemi che non vi mancava l' "analisi del testo"!?!?

8 Comments:

Blogger De Andrea said...

A me è venuta un'idea però me ne vergogno un po'. Mi sembra (dopo soprattutto aver visto la "Guerra dei Mondi") che parli, con un linguaggio apocalittico, dell'apocalisse moderna. Ora, la cosa curiosa è che lo faccia nel presente (ex-presente), la cosa meno curiosa e più preoccupante è che mi ricordi un pessimo film!

06 luglio, 2005 18:07  
Blogger Jonny said...

Io non ho visto il film e quindi non so dirti. Però io non ci ho visto nulla di apocalittico. Insomma l'inferno è una sensazione non un luogo. Per me è semplicemente la descrizione di un crepuscolo. Tra i rumori metallici di una società industrializzata, il calore dell'asfalto e qualche scena di solitudine quotidiana.

06 luglio, 2005 21:08  
Blogger Laura said...

Anche la mia prima impressione è stata quella di una descrizione apocalittica,ma poi rileggendo ci ho visto la "dispersione" della società moderna,),la luce di una casa che è solo un puntino nel fuoco della città,la solitudine/isolamento dell'uomo moderno che non riesce ad orientarsi in essa("smarrito").
A proposito di analisi del testo ieri ho incontrato CLAUDIA :-) !

06 luglio, 2005 21:27  
Blogger .: Rents :. said...

bè in fondo ciò che descrive è un pezzo dell'apocalisse che si ripete giorno dopo giorno in luoghi come questo. E il vecchietto smarrito è l'immagine che mi fa emozionare di più, forse perchè è l'unico riferimento all'essere umano e al suo ruolo di vittima. Un vecchio: fuori tempo, fuori tema rispetto alla modernità/mostruosità del luogo.

07 luglio, 2005 00:28  
Blogger De Andrea said...

"Nei buchi dei grattacieli, dove il minerale ardeva
e il ferro dei treni sbarrava l'accesso,
gettò un grido un aereo e cadde
dove al sole ferito lacrimava l'occhio."

questo è un linguaggio apocalittico...
Ci sono altri modi per descrivere la società industrializzata. Esempio: Mi ricordo Dickens che descriveva le grù come grandi elefanti...
Comunque la cosa interessante è che lui guarda al mondo come fosse qualcosa d'estaneo, come fosse un futuro ipotetico.
Le descrizioni ricordano molto i libri o i film di fantascienza .
Ricorda le atmosfere di Bradbury (Fahareneith 451)...
Se c'è una goccia di splendore non credo sia tanto nel vecchietto, quanto nell'amore che si aggrappa, snervato (senza l'uomo?) nella notte, ad una flaccida luna.

07 luglio, 2005 04:11  
Blogger Jonny said...

Mi hai quasi convinto, ma non del tutto. Il linguaggio apocalittico secondome è un linguaggio fortemente simbolico che contiene elementi di carattere bibblico. In quest'ottica il linguaggio della prima quartina è apocalittico. Ma l'apocalisse proprio non c'è. Questo è semplicemente il punto di vista di un esasperato. Non accade nulla di strano, ma ogni cosa viene dilatata a causa dell'insofferenza della quotidianita. Il "grande inferno" è quello "della città". E' solo un modo un po' decadente per dire che cala la notte e la gente ripartisce il caos della città nelle proprie abitazioni, e rincasando accende luci che illuminano dal di dentro le finestre. Il vecchietto che probabilmente, rincasa pure lui, aspetta il tram. Lui è descritto come inadatto al vivere. Viene condannato dalla vita. Non c'è niente di umano se non il suo pianto. Coi riflessi rallentati non fa in tempo a mettersi gli occhiali per vedere se il tram e quello che deve prendere lui, ed ecco che questo già riparte senza di lui facendolo specchiare nei suoi finestrini chiusi ("sbattè le pupille di rincorsa"). I "buchi dei grattaceli" non sono crateri post-bellici, ma semplicemente gli spazi vuoti tra gli uni e gli altri. Qui il linguaggio regredisce. L'aereo non disegna una parabola nel cielo e poi sfuma all'orizzonte ("dove al sole ferito", occasus) ma "cade" e non emette un rombo ma un "grido". L'ultima parte mi è un po oscura. Forse hai ragione tu Andre', parlando di assenza dell'uomo. L'unica cosa che capisco è che la luna, flaccida anzichè pallida, è inutile a tutti perchè ci sono i "soli delle strade" cioè i lampioni. :)

07 luglio, 2005 10:47  
Blogger De Andrea said...

no no, mi sa che c'hai proprio ragione tu!
Che bella l'analisi che hai fatto!

07 luglio, 2005 11:39  
Blogger Jonny said...

Cazzo è vero, qui siamo di fronte ad un chiasmo semantico (mi sta girando la testa scusate, ma è dal liceo che volevo dirlo). Insomma umanità e disumanità (assenza di umanità) che si alternano nelle strofe. Grande osservazione. A parte ciò, per dirla come Franco: "Bentrovata".

07 luglio, 2005 11:57  

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